domenica 1 aprile 2012

DARE AL SIGNORE


Diversi anni fa, due credenti di condizione agiata, l'uno avvocato e l'altro negoziante, si congiunsero ad una compagnia di persone amiche che stava per intraprendere un viaggio di piacere in paesi lontani. Prima di partire, gli anziani della Chiesa dove quei credenti erano in comunione, li pregarono di fare delle note del loro viaggio, onde avere così un ricordo di tutte quelle cose interessanti ch'essi avrebbero potuto vedere o sentire, specialmente nei paesi in cui avrebbero trovato dei missionari. Il che promisero di fare.
Un giorno, giunti in un paese della Corea, essi videro un ragazzo che tirava da sè un aratro molto rustico in un campo accanto alla strada, mentre un vecchio, di dietro, teneva l'aratro e lo guidava. L'avvocato ne fu interessato e ne prese una fotografia istantanea.
Questo è di certo un quadro curioso! Si può supporre che essi siano molto poveri, disse egli al missionario di quella località che faceva loro da guida e da interprete.
"Sì - replicò con serietà - quella è la famiglia di "Chi Noni". Quando venne edificata la sala delle adunanze, essi avevano un forte desiderio di dare qualche cosa per contribuire a questa spesa, ma la famiglia era senza mezzi, e che fecero dunque? Essi vendettero il loro solo bue e ne diedero il danaro per la sala. Perciò, da questa primavera essi tirano l'aratro da loro stessi".
L'avvocato ed il negoziante rimasero silenziosi per qualche momento. Poi, il nego­ziante disse: "Quello dev'essere stato un vero sacrificio!". "Essi non l'hanno chiamato così, disse il missionario, anzi pensarono che era una fortuna di possedere un bue che potevano vendere per quello scopo".
L'avvocato ed il negoziante non poterono dire gran cosa in risposta; ma quando furono di ritorno a casa, l'avvocato portò quella foto­grafia agli anziani e raccontò loro la storia.
"Io, diss'egli, voglio raddoppiare la mia offerta speciale per la sala! E, per piacere, mi diano qualche lavoro duro da fare. Io non ho veramente mai conosciuto che cosa sia il far sacrifici per l'opera di Dio. Un pagano con­vertito me l'ha insegnato. Ho vergogna di dire che non ho mai dato alcuna cosa all'Opera di Dio che fosse realmente un sacrificio per me".
Possiamo ora domandare: Quanto fa la maggioranza dei cristiani nella via del sacrificio per aiutare, per dare incremento all'avanza­mento dell'Evangelo nel mondo?
Quanti ve ne sono di quelli che si chiamano cristiani, che non hanno mai fatto, per l'Opera di Dio, qualche sforzo speciale che equivalga a quanto fece la famiglia convertita a Cristo dal Paganesimo, e di cui si parla nel fatto testè esposto!
(Trad. di A. B.)

Tratto da Cristiani Oggi Ottobre 1986

CHIEDERE E RICEVERE Giovanni 15:1-11

      

1 «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. 2 Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più. 3 Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunziata. 4 Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dar frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. 5 Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete far nulla. 6 Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. 7 Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli. 9 Come il Padre mi ha amato, così anch'io ho amato voi; dimorate nel mio amore. 10 Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore; come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore. 11 Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa.

      Gesù rivolge queste parole consolanti ai discepoli in occasione dell’ultima cena, Egli nell’arco dei tre anni di ministero terreno aveva dato tanti insegnamenti e tutti uno più importanti dell’altro, ma ora ad un passo della croce, sapendo che il tempo era poco ed anche cruciale, decide di dire ai discepoli qualcosa che completa in pieno gli insegnamenti che fino ad ora erano stati loro impartiti. I capitoli 14-15 e 16 sono da considerare il testamento spirituale di Gesù  verso i discepoli e verso la chiesa. Sono tante le verità che potremmo tirare fuori da essi, ma quello su cui ci soffermeremo è il chiedere e il ricevere. Gesù per più di una volta esorta i discepoli a prendere atto che ora è giunto il momento di mettere in pratica i suoi insegnamenti, i tempi sono maturi, Egli sta per dare la sua vita ed essere innalzato in gloria, lo S. Santo è già in azione e sta per giungere. È giunto il momento di “chiedere e ricevere”. Il chiedere e ricevere è qualcosa di molto importante e che come chiesa non dobbiamo trascurare, tutto ciò che Gesù ci dice e ci ordina non è da trascurare, ma questo che Gesù ci dice nei versetti letti è di vitale importanza per la chiesa, in quanto un credente che chiede e riceve dimostra tangibilmente che le parole di Gesù sono veritiere. Tre versi in particolare ci evidenziano che il chiedere e ricevere  dimostrano al mondo qualcosa:

1)      CHE DIMORIAMO IN LUI
     Gesù afferma “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo”. Gesù è la vite e poi afferma che noi siamo i tralci, quei tralci che devono portare molto frutto. I tralci sono parte integrante della vite, in quanto traggono forza e linfa vitale proprio dalla pianta e la conseguenza di essere un tutt’uno con la pianta è data che al momento giusto porta molto frutto. Al v. 7 ci viene detto “Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto”, quindi se Dio ci esaudisce questo dimostra che stiamo dimorando in Lui come il tralcio dimora nella vite. Dobbiamo imparare a chiedere al Signore ed aspettarci l’esaudimento perche stiamo dimorando in Lui. domandiamoci con vero interesse cosa non va quando chiediamo a Dio e non riceviamo, ma ancora di più preoccupiamoci quando non sentiamo più la necessità di chiedere al nostro Signore. Il nostro Signore vuole essere glorificato “In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli”, quindi permettergli, tramite la nostra fede, di operare, vuol dire permettere a Dio di manifestare la sua Gloria e quindi di essere glorificato.


2)      CHE C’È VERO AMORE
      Sempre nel capitolo 15 di Giovanni, c’è ancora un punto che ci parla di chiedere e ricevere “Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia” Giovanni 15:16.
In questo versetto parla ancora di portare frutto, frutto permanente affinché tutto quello che domandiamo Lui ce lo conceda. Il frutto in questo caso non è il chiedere e ricevere, ma l’adempiere il comandamento di Gesù  Giovanni 15:12 “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi”. Giovanni 15:17 “Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri”. L’effettivo adempimento del comando di Gesù, ci apre le porte per domandare e ricevere. È importante capire questo passaggio, in quanto Dio vuole esaudire le nostre richieste a patto che in noi si trovi il suo amore, ma altresì, l’adempimento delle nostre richieste può voler dire soltanto che ci stiamo amando dell’amore del Signore, ma ancor di più che ci stiamo nutrendo del suo amore.

3)      CHE GESU’ E’ IL VIVENTE
Ancora un versetto che parla di chiedere e ricevere si trova al cap. 16:23 “In quel giorno non mi rivolgerete alcuna domanda. In verità, in verità vi dico che qualsiasi cosa domanderete al Padre nel mio nome, egli ve la darà”. Il contesto del verso ci parla di Gesù che parla di se stesso in virtù dell’ora fatidica della sua morte e resurrezione, infatti tutto si adempiuto puntualmente. Gesù viene arrestato, processato, svergato ed in ultimo viene messo in croce dove vi muore, ma la prigionia della morte non lo ha potuto trattenere e quindi abbiamo la sua resurrezione. Quando dice “In quel giorno non mi rivolgerete alcuna domanda”, sta parlando del giorno della sua resurrezione, e come dice Gesù ogni domanda è superflua ma ogni richiesta però è ben accetta e sarà esaudita. Ricordiamoci, ogni qual volta chiediamo qualcosa a Gesù e poi ci viene esaudita, non stiamo facendo altro che rammemorare al mondo incredulo, che è vero che Gesù un lontano giorno è salito sulla croce, ma che è altrettanto vero che le sbarre della morte non l’hanno potuto trattenere, e che quindi Gesù è il vivente ed è alla destra del Padre.

CONCLUSIONE   
“In quel giorno chiederete nel mio nome; e non vi dico che io pregherò il Padre per voi; poiché il Padre stesso vi ama, perché mi avete amato e avete creduto che sono proceduto da Dio” Giovanni 16:26-27.
Assodato l’importanza del chiedere, ma ancor di più del ricevere, è importante comprendere la facilità del chiedere, perché il nostro Dio  non è un uomo che ha di bisogno una montagna di carta con tanti bolli sopra, Lui vuole solo un cuore puro, purificato col suo sangue, e dopodiché aspettiamoci la sua positiva risposta, solo allora la nostra gioia sarà completa e capiremo che veramente il Padre ci ama “poiché il Padre stesso vi ama, perché mi avete amato e avete creduto che sono proceduto da Dio” Giovanni 16:27.

A Dio sia la gloria

                                                             ACETO GIACOMO

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conversione sincera

venerdì 30 marzo 2012

INDOTTI A PREGARE

“E pregate che la vostra fuga non avvenga d’inverno” (Matteo 24:20) 

Il Signore, guardando il complesso del tempio, prevede la crudeltà di quella guerra, ode le grida dei nemici e i gemiti dei vinti. Vede la città cadere, le fiamme elevarsi fino al cielo. Egli rivolge il pensiero a quegli attimi tragici, e vede un povero fuggiasco che scappa sotto la pioggia, con i vestiti bagnati e trafitti dal vento gelido. La compassione spinge Gesù a suggerire questa preghiera. Questo è il modo di agire di Dio, non il nostro. Noi ci soffermiamo volentieri sui risultati più spettacolari. Applaudiamo l’abile comandante e lodiamo il nobile coraggio. Parliamo di tutte queste cose importanti. Rimaniamo accecati dalla luce che celebra la vittoria. Il Signore guarda oltre. Egli scorge le case in rovina, gli orfani soli e affamati, le vedove dal cuore infranto. La distruzione di Gerusalemme avrebbe disperso gli ebrei in tutte le nazioni, per testimoniare di Dio e per aprire una strada all’Evangelo. Avrebbe portato con sé anche un cumulo di sofferenze che hanno mosso la Sua pietà. Questo principio è valido anche nelle piccole difficoltà della vita. Il dolore, la malattia, la morte sono finalizzati a un obiettivo ben preciso: adempiono sempre uno scopo di grazia per coloro che amano Dio. Nessun evento può nascondere al Signore un solo bisogno o privarci della Sua tenerezza. Qualunque cosa succeda, Egli ha sempre il tempo e il modo di prendersi cura di noi, con la Sua ineffabile compassione. Possa la certezza della cura amorevole del nostro Signore indurci a pregare con perfetta fiducia. Egli tiene in considerazione ogni debolezza e qualunque peso. Egli conosce tutte le difficoltà e gli ostacoli. Prega come Gesù ci ha insegnato, affinché le prove, che sono necessarie per la nostra crescita, non si accumulino per sopprimerti. Sicuramente Egli risponderà a questa supplica.


giovedì 29 marzo 2012

LA FORZA DI UN BACIO

Eva Booth


Era una mattina grigia e triste, e io mi tro­vavo davanti alla porta di un ufficio di poli­zia che serviva anche da carcere provvisorio. C'erano anche altre persone con me, alcune accorse là per curiosità, altre perché avevano dei parenti. Mentre aspettavamo che qualcu­no uscisse dalla porta, ho sentito un rumore di passi avvicinarsi, poi delle voci sempre du­re; tra queste una voce sembrava farsi sem­pre più penetrante: era la voce di una giova­ne donna. La porta si aprì e vidi uno spetta­colo che non sarà mai cancellato dalla mia mente: una ragazza veniva spinta crudelmen­te da due agenti di polizia e seguita da altri due; due robusti poliziotti la tenevano per le braccia. I capelli della ragazza erano spetti­nati, gli abiti in disordine e macchiati di san­gue; la tempia destra era livida a causa dei col­pi ricevuti; l'altra era ferita e perdeva sangue. Lei si dimenava per poter liberare le braccia dalla stretta degli agenti. Le maledizioni e le bestemmie della gente rendevano la ragazza ancor più agitata e nervosa: scuoteva selvag­giamente la testa e si ribellava in tutti i modi, tanto che gli agenti riuscivano a trattenerla a fatica.
In tutto questo trambusto non sapevo che fare, pregare? Non c'era tempo! Cantare? As­surdo! Darle dei soldi? Non li avrebbe potuti prendere! Citare un versetto... ? Ma ad un trat­to, anche se non riuscivo a capire quale azio­ne avrei dovuto compiere, non mi sono nean­che soffermata a pensarci, un impulso irrefre­nabile e immediato mi fece avanzare rapida­mente e... la baciai sulla guancia.
Gli agenti stupiti del mio comportamento allentarono la loro presa sulla ragazza, e l'ho vista liberarsi le mani con tutta la sua forza e unirle, alzando gli occhi verso il cielo, men­tre il vento muoveva i suoi capelli in disordi­ne sul viso e gridare: «Dio mio!». Poi si guar­dò attorno con aria smarrita e gridò ancora verso il cielo: «Dio mio, chi mi ha dato il ba­cio? Nessuno mi ha mai dato un bacio da quando mia madre è morta». Nascondendosi il viso fra le mani e senza opporre alcuna rea­zione, si lasciò trascinare fino al cellulare che la portava via; ripeteva: «Chi mi ha dato un bacio?».
Qualche giorno dopo andai in carcere per cercare di vederla. La sorvegliante davanti alla porta mi disse: «Oh! Sí, noi l'abbiamo avuta già molte altre volte, quella poveretta, ma non c'è proprio niente da fare per lei: non fa altro che andare avanti e indietro nella sua cella, e ogni volta che mi vede mi chiede se so chi le ha dato un bacio». Io la pregai di lasciarmi entrare, insistendo: «Sa, sono la sua unica amica, mi lasci entrare, debbo parlarle!». Quando entrai, mi accorsi che si era pulita il viso, e dal suo volto pulito risaltava la gran­dezza e la profondità dei suoi begli occhi. Lei subito mi chiese: «Lei sa chi mi ha dato un bacio quando gli agenti mi hanno portato qui, l'altra mattina; qualcuno è sbucato dalla fol­la e mi ha baciata sulla guancia; lei sa chi è stato?».
Poi mi raccontò la sua storia. «Mia madre, era una donna vedova, di cui ero l'unica fi­glia, morì quando io avevo sette anni. Era molto povera, benché dì buona famiglia, e morì in uno scantinato, un posto scuro e te­tro. Pochi istanti prima di morire mi chiamò a sè, mi strinse il viso tra le sue mani e lo ba­ciò e disse: «Dio, abbi pietà di questa mia po­vera figlia, e quando io non ci sarò più riguar­darla e abbi cura di lei; da quel giorno nessu­no, dico nessuno, ha mai dato un bacio al mio viso!». Poi lei riprese: «Chi mi ha dato quel bacio?». Allora le parlai di Colui il cui nome è infinitamente più grande e più tenero della persona che le aveva dato il bacio: Colui che aveva portato i nostri peccati sulla croce al fine di poter stampare sulla nostra fronte il baciodel perdono. Io rivedo, ancora adesso, quel piccolo lago formato dalle lacrime di tutte e due. Anche lei ha trovato la luce, la gioia, il conforto, la guarigione, la salute... l'amore.
In seguito, prima di lasciare la prigione, i sorveglianti resero testimonianza del magni­fico cambiamento che era stato operato in lei. A motivo della grazia di Dio, divenne il mez­zo di salute spirituale per molti altri che era­no stati legati con catene molto più pesanti delle sue.
Eva Booth
Trad. Elisabetta Parisi

Eva Booth, vissuta intorno agli inizi del secolo, era fi­glia di William Booth, il fondatore dell'Esercito della Salvezza.
Ella ereditò dalla madre, donna di forte potenza e pro­fondo intendimento spirituale, l'interesse verso tutte quelle persone che, prese dalle spire del peccato, si sono mac­chiate dalle colpe più aberranti. La sua azione si è svolta nello stesso campo di quello della madre: i bassifondi e le prigioni di Londra. Per questo impegno alla madre è stato dato l'appellativo di «Angelo dei bassifondi e delle prigioni». Eva Booth ne è stata la degna seguace.
Red.

Tratto da Risveglio Pentecostale Dicembre 1985

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Ricordando il Pastore Alfonzo Melluso ....



Da poco Il nostro Signore ha chiamato a se il Pastore Alfonzo Melluso, ricordiamo di lui l'esempio e l'abnegazione per l'opera di Dio.

PERCHÉ CREDERE IN DIO?

Così parla il SIGNORE— "lo ho fatto sparire le tue trasgressioni come una densa nube, e i tuoi peccati, come una nuvola; torna a me, perché io ti ho riscattato". Isaia 44:6, 22

La grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. Nessuno ha mai visto Dio; l'unigenito Figlio, che è nel seno del Padre, è quello che l'ha fatto conoscere. Giovanni 1:17, 18


Parecchie persone pensano che la scienza abbia dimostrato che Dio non esiste. Dimenticano, o non sanno, che è tanto impossibile dimostrare che Dio esiste quanto provare che non esiste. Questo perché si tratta di una questione al di fuori del campo limitato della scienza che non può rispondere a tutte le domande. Ad esempio, non spiega perché c'è un creato e non ci sarebbe qualcuno che l'ha fatto. Credere in Dio è del tutto ragionevole. Affermare che non esiste può essere solo un partito preso.
La fede in Dio dà un senso alla vita e all'uomo tutta la sua dignità. Spiega il mondo che ci cir­conda e ci permette di andare oltre alle cose visibili. Così le relazioni umane conoscono il loro vero livello.
È pur vero che la fede in Dio può esporci a rischi: quello di essere incompresi, respinti e persino, in certi paesi del mondo, imprigionati. Tuttavia quello che trattiene maggiormente dall'avanza­re verso Dio, dal credere in lui, è che si percepi­sce, più o meno consciamente, che tutta la nostra vita sarà portata alla luce, con le colpe e le brutture che nascondiamo con cura agli altri e talvolta a noi stessi. Se fosse questo il vostro caso, desideriamo dirvi: Non abbiate timore! Se Dio mette in luce le nostre colpe, è per liberar­cene. Venite per fede alla croce dove Gesù ha sofferto per voi e per me!
Solo la fede ci fa scoprire chi è il Dio di pace, di amore e di luce; e Gesù, che ce l'ha fatto cono­scere.
edizioni il messaggero cristiano - www.messaggerocristiano.it

martedì 27 marzo 2012

UN FILO A PIOMBO Amos 7:1-9

            UN FILO A PIOMBO       Amos 7:1-9

 1 Il Signore, DIO, mi fece vedere questo: Egli formava delle locuste al primo spuntare dell'erba tenera,
quella che spunta dopo la falciatura per il re. 2 Quando esse ebbero finito di divorare l'erba della terra,
io dissi: «Signore, DIO, perdona! Come potrà sopravvivere Giacobbe, piccolo com'è?» 3 Il SIGNORE si pentì di questo. «Ciò non accadrà», disse il SIGNORE. 4 Il Signore, DIO, mi fece vedere questo:
Il Signore, DIO, annunciava di voler difendere la sua causa mediante il fuoco: il fuoco divorò il grande abisso e divorò la campagna. 5 Allora io dissi: «Signore, DIO, férmati! Come potrà sopravvivere Giacobbe,
piccolo com'è?» 6 Il SIGNORE si pentì di questo. «Neppure ciò accadrà», disse il Signore, DIO. 7 Egli mi fece vedere questo: Il Signore stava sopra un muro e aveva in mano un filo a piombo. 8 Il SIGNORE mi disse: «Amos, che cosa vedi?» Io risposi: «Un filo a piombo». E il Signore disse: «Ecco, io metto il filo a piombo in mezzo al mio popolo, Israele; io non lo risparmierò più; 9 saranno devastati gli alti luoghi d'Isacco, i santuari d'Israele saranno distrutti,e io mi leverò con la spada contro la casa di Geroboamo».

Il profeta Amos, in realtà non apparteneva alla cerchia di quei profeti che si erano formati sotto una scuola, come era in uso a quel tempo, ma il suo essere profeta gli viene direttamente da  Dio, infatti lui stesso dice: “Allora Amos rispose: «Io non sono profeta, né figlio di profeta; sono un mandriano e coltivo i sicomori.
Il SIGNORE mi prese mentre ero dietro al gregge e mi disse: "Va', profetizza al mio popolo, a Israele" ”  Amos 7:14-15. Lui dice di se stesso che non era profeta né figlio di profeta, ma nel suo essere umile e reale, dimostra che egli era più profeta di tanti altri di quel tempo, perché Dio l’aveva fatto diventare tale. È importante riconoscere la nostra pochezza e la nostra incapacità, perché solo allora siamo strumenti validi nelle mani del Signore. Ma tornando al testo letto, una frase diventa oggetto della nostra meditazione: «Un filo a piombo».
Dio, dopo aver risparmiato Israele prima dalle locuste e poi dal fuoco grazie all’intercessione del profeta Amos, per mezzo di questo stesso profeta annuncia che ha intenzione di mettere un filo a piombo in mezzo al popolo d’Israele. La maggior parte sappiamo che cos’è un filo a piombo e a che serve, ma per quei pochi che non lo sanno , esso è uno strumento essenziale che usano i muratori per erigere dei muri che siano effettivamente dritti o come si dice nel gergo “ a piombo”. Molti sono i passi nel libro del profeta Amos dove si ammonisce il ricco e dove si condanna la religiosità esteriore. Le sue profezie di sventura per una mancata conversione troveranno compimento nell'abbattimento del regno del nord da parte degli Assiri e nella conseguente deportazione del popolo di Israele e dei suoi notabili nel 722 a.C.
Questo filo a piombo ci parla e ci fa comprendere che ciò che viene costruito, deve corrispondere a dei parametri, non possiamo costruire qualcosa in base a nostre personali sensazioni o a nostri individuali desideri, ma dobbiamo attenerci a quelle linee guida essenziali affinché la costruzione abbia alla fine quei requisiti basilari che un edificio deve possedere. Inoltre il filo a piombo ci dice anche che esso deve essere sempre presente all’atto della costruzione, perché se non viene usato costantemente, c’è la possibilità che quello che viene edificato,  poi debba essere distrutto perché non può essere più sistemato; una parete storta deve per forza essere abbattuta. Da questo ci rendiamo conto che dobbiamo usare questo strumento quotidianamente in ogni aspetto della nostra vita. Comprendiamo anche che il nostro filo a piombo è il nostro Signore Gesù, la sua vita, i sui insegnamenti, i suoi esempi, il suo amore e la sua abnegazione, devono essere per noi un esempio da cui non dobbiamo mai discostarci. Tre sono gli aspetti su cui ci soffermeremo in cui applicare quotidianamente il famoso “filo a piombo”:

1)      «Un filo a piombo» nella nostra vita.
Filippesi 2:5 “Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù …”. Questo versetto insieme a quelli che lo seguono contiene una verità che non può essere scissa dalla vita di nessuno che porti il nome di cristiano, infatti ci insegna che dobbiamo avere in noi lo stesso sentimento che animò Gesù, il filo a piombo dell’umiltà e dell’ubbidienza di Gesù deve accompagnare la nostra crescita se vogliamo veramente assomigliare a Lui “il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce” Filippesi 2:6-8. Gesù è il nostro maestro, da lui dobbiamo trarre i giusti esempi per comportarci da veri cristiani, Gesù ci ha insegnato il vero perdono in svariati casi come nel passo di Gesù in casa di Simone  il fariseo in cui da il perdono dei peccati alla donna peccatrice che gli asciuga i piedi, bagnati dalle sue lacrime, con i suoi capelli ( Luca 8: 36-50), o come nel caso della donna adultera che gli partano per giudicarla e che invece di essere lapidata se ne torna a casa con il perdono (Giov. 8:1-11).  Anche in questi casi e tanti altri non citati, vediamo come il filo a piombo del perdono che  Gesù ci insegna, deve essere sempre presente nella nostra vita “State attenti a voi stessi! Se tuo fratello pecca, riprendilo; e se si ravvede, perdonalo. Se ha peccato contro di te sette volte al giorno, e sette volte torna da te e ti dice: "Mi pento", perdonalo»” Luca 17:3-4

2)      «Un filo a piombo» nella nostra casa.
L’apostolo Paolo, affronta diverse volte nelle sue epistole l’argomento famiglia, dando dei precisi consigli che sicuramente riconosciamo come provenienti dallo S. Santo. Infatti in  Efesini 5:22-33 come anche in Colossesi 3:18-25 affronta i vari comportamenti e attitudini che ogni membro della famiglia deve tenere nei riguardi dell’altro al fine di costruire una famiglia felice, e il tutto rapportandolo a Gesù il nostro maestro e il nostro filo a piombo, ma non solo lui, anche l’apostolo Pietro ci dice qualcosa a riguardo in 1Pietro 3:1-7, parlando anche lui a mogli mariti figli e servi e spiegando come rapportarsi gli uni e gli altri alla luce degli insegnamenti di Gesù. La famiglia è importante, ricordiamoci che essa è un’istituzione che trova origine nella mente di Dio, Egli l’ha voluta e gli ha dato dei parametri precisi, solo che il peccato ha distrutto tutto ciò di buono che Lui aveva in mente, trasformandola in un contenitore vuoto e nella maggior parte dei casi pieno di sozzure. Sia ringraziato Dio che quando Gli permettiamo di operare, Egli opera a trecentosessanta  gradi, facendo si che le nostre famiglie possano reggere l’attacco del maligno, ma per far si che tutto questo sia realizzabile, dobbiamo usare costantemente il filo a piombo della correttezza divina.

3)      «Un filo a piombo» nella chiesa.
Anche la chiesa, come la famiglia è un’istituzione che è scaturita dalla mente di Dio, Egli l’ha immaginata e voluta, e l’ha organizzata come una famiglia in grande scala. Infatti sempre in Efesini 5:22-33 quando parla della famiglia, prende l’esempio della grande famiglia di Cristo. Vediamo allora che il marito di questa famiglia è Gesù che ha tanto amato la chiesa al punto che ha dato la sua vita per essa “ … per santificarla dopo averla purificata lavandola con l'acqua della parola, per farla comparire davanti a sé, gloriosa, senza macchia, senza ruga o altri simili difetti, ma santa e irreprensibile. Allo stesso modo anche i mariti devono amare le loro mogli, come la loro propria persona. Chi ama sua moglie ama sé stesso” Efesini 5:25-28. Gesù ha fatto tutto questo per noi, pertanto comprendiamo pure che come la moglie deve essere sottomessa al marito, anche la chiesa deve essere sottomessa a Gesù. Essere sottomesi a Gesù vuol dire dare a Lui in modo tangibile la conduzione di ogni cosa, permettendo allo  S. Santo di interagire nella vita comunitaria e in ogni scelta che si debba prendere. Gesù prima di andare via da questo mondo disse ai suoi discepoli “Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro consolatore, perché stia con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché dimora con voi, e sarà in voi” Giovanni 14:15-17. Lo S. Santo rappresenta degnamente Gesù, e quindi è da lui che dobbiamo ricevere guida istruzione e ordini per il miglior andamento della vita della chiesa. Una chiesa che non opera e pensa come vuole lo S. Santo non può definirsi neanche chiesa.

CONCLUSIONE
Il signore disse ad Amos «Amos, che cosa vedi?»  ed Amos rispose «Un filo a piombo». Forse non ce ne siamo mai accorti, ma Dio ci fa la stessa domanda oggi, cosa vedi? La salvezza è stata manifestata da tanto tempo e noi grazie a Dio facciamo parte della famiglia dei salvati, ma Lui vuole che tutto ciò che ci riguarda sia in linea con il filo a piombo che Lui ha steso, chiediamoci è la nostra vita in linea con il suo filo a piombo? E ancora, è la nostra casa, la nostra famiglia in linea con il suo filo,a piombo? E ancora, è la nostra comunità in linea a cento per cento con la linea tracciata dal suo filo a piombo? Ogn’uno dia la sua risposta a Dio.

A Dio sia la gloria.

                                                                               ACETO GIACOMO

INQUINAMENTO

L'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l'ingiustizia.            Romani 1:18
Il Signore Gesù Cristo... ha dato se stesso per i nostri peccati, per sot­trarci al presente secolo malvagio.                    Galati 1:3, 4


Ancora più grave dell'inquinamento fisico, l'in­quinamento morale e spirituale invade il mondo di oggi: egoismo, amore del denaro, degrado dei costumi, violenza, ateismo, occultismo. Tutto
questo è già menzionato in una lettera scritta dall'apostolo Paolo ai Romani verso l'anno 58. Ispirato da Dio, Paolo rivela la causa di tale situa­zione e ne dà il rimedio.
- La causa? Gli uomini si sono ribellati contro Dio.
"Pur avendo conosciuto Dio non l'hanno glorifi­cato come Dio, né l'hanno ringraziato...; e il loro cuore... si è ottenebrato" (Romani 1:21, 22). Dio non ha fatto di noi dei robot; se non vogliamo fare la sua volontà, ci lascia fare la nostra. E così, l'uomo ribelle è in balia dell'impurità, delle pas­sioni infami, dell'immoralità (v. 24, 26, 28). È sgradevole tutto questo? Eppure è il ritratto del­l'umanità: i giornali, i settimanali, i film, la tele­visione, internet, ne dipingono il quadro ogni giorno.
- Il rimedio? Non ve n'è altro se non la fede nel Vangelo di Gesù Cristo, che è la potenza di Dio per salvare chi crede (v. 16).
Più che mai, giovani e meno giovani constatano che la droga, la libertà sessuale, i nuovi stili di vita e la violenza non hanno fatto altro che accre­scere le loro frustrazioni e la loro insoddisfazio­ne. Ma ancora oggi il Signore Gesù offre il perdo­no e la vita eterna. Vuole liberare dalla schiavitù del peccato quelli che l'ascoltano e dare final­mente un senso alla loro vita.

edizioni il messaggero cristiano - www.messaggerocristiano.it

venerdì 23 marzo 2012

IL FILO A PIOMBO


Ecco, io metto il filo a piombo in mezzo al mio popolo, Israele"
[Amos 7:8]

IL FILO A PIOMBO
Il filo a piombo è una cordicella alla cui estre­mità è legato un peso. I muratori lo usano per controllare che la parete costruita sia perfetta­mente perpendicolare al pavimento. Nella visione del profeta Amos, Dio stava tendendo un filo a piombo vicino a un muro che rappresen­tava il popolo d'Israele. Egli si era edificato una casa per manifestare la Sua gloria fra gli uo­mini, una nazione retta che, però, con il passare del tempo non corrispondeva più al Suo pro­getto. La stessa corda con cui Israele era stato elevato ora lo condannava.
C'è Qualcuno che Dio ha stabilito come filo a piombo dell'umanità: Cristo. Se confrontiamo la nostra vita con la Sua, comprendiamo quanto ci troviamo fuori linea rispetto ai canoni divini. Così, saremo spinti ad accettare il perdono che Lui ci offre nel sacrificio di Gesù, per metterci in riga con la perfetta giustizia del Signore. Tra­mite la lettura regolare della Parola di Dio, poi, lo Spirito Santo opererà in noi, ci "raddrizzerà" poco a poco, facendoci sempre più simili a Cristo. Stai permettendo al filo a piombo della Parola di Dio di esaminarti per allinearti a Gesù?

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DALLA PAURA AL TIMORE DI DIO

(Adamo disse a Dio:) "Ho udito la tua voce nel giardino e ho avuto paura, perché ero nudo, e mi sono nasco­sto". Genesi 3:10

Ma presso di te è il perdono; perché tu sia temuto. Salmo 130:4


La Bibbia menziona spesso la paura, il terrore; riporta episodi di fuga, grida di angoscia. Essa è, come oggi si dice, realista. Ci insegna che la paura è fondamentalmente legata al fatto che l'uomo non ha rispettato il suo Creatore. La prima volta che la Bibbia parla di paura è riguardo ad Adamo, dopo che ha disobbedito a Dio. Prima di aver ascoltato il tentatore, Adamo non sì nascondeva davanti a Dio, ma da allora Dio è percepito come avente il diritto di con­trollare il comportamento della sua creatura, e come una minaccia per la sua libertà, Certe persone dicono con facilità di non aver paura di Dio. Asseriscono questo nel tentativo di scartare dai loro pensieri l'idea stessa di Dio. La loro coscienza è resa insensibile, non consi­derano di dover comparire davanti a Dio. Eppu­re, molte circostanze, come la morte di una per­sona cara o la vista di un incidente stradale, fanno risuonare di nuovo la voce della coscien­za e riaffiorare la paura della morte e dell'aldilà.
Il vero cristiano non ha paura di Dio, perché lo conosce come suo Salvatore. Non ha paura di lui, perché sa che Dio ha perdonato tutte le sue colpe grazie alla morte di Gesù. La paura lascia il posto alla pace e alla fiducia in questo Dio d'amore. Ma, cosciente di quello che Dio è e di quello che gli è dovuto, il credente teme di dispiacergli e di disonorarlo. Questo è il timore di Dio.
"Il timore del SIGNORE è fonte di vita" (Proverbi 14:27).

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